Studio interdisciplinare sull’utilizzo degli aromi in gastronomia ed estetica
Ascoltami, i poeti laureati
si muovono soltanto fra le piante
dai nomi poco usati: bossi ligustri o acanti.
Io, per me, amo le strade che riescono agli erbosi
fossi dove in pozzanghere
mezzo seccate agguantano i ragazzi
qualche sparuta anguilla:
le viuzze che seguono i ciglioni,
discendono tra i ciuffi delle canne
e mettono negli orti, tra gli alberi dei limoni.
Meglio se le gazzarre degli uccelli
si spengono inghiottite dall’azzurro :
più chiaro si ascolta il sussurro
dei rami amici nell’aria che quasi non si muove e i sensi di quest’odore
che non sa staccarsi da terra
e piove in petto una dolcezza inquieta.
Qui delle divertite passioni
per miracolo tace la guerra,
qui tocca anche a noi poveri
la nostra parte di ricchezza
ed è l’odore dei limoni.
Introduzione
Svolgo da trent’anni la professione di estetista e quotidianamente lavoro con creme, fluidi, polveri, lozioni aromatizzate. In questo settore gli aromi non servono solo a rendere più gradevoli sostanze i cui principi attivi naturali talvolta hanno un cattivo odore, ma costituiscono una parte integrante del trattamento. L’estetica moderna infatti prevede un approccio olistico che va oltre la cura del corpo, per il quale esiste la chirurgia estetica, oltre la cura della mente, per il quale c’è la psicologia. Ad esempio un massaggio modellante è efficace se svolto con prodotti di prima qualità da personale esperto, ma a determinare la qualità del servizio sono altri fattori quali il sottofondo musicale rilassante, una temperatura adeguata, un ambiente piacevole, colori pastello e fragranze inebrianti. Solo così il ciclo di trattamenti avrà effetti a lungo termine sulla cliente che non avrà semplicemente modellato il corpo, ma avrà acquisito un benessere psicofisico che le permette di avere maggiore serenità e fiducia in se stessa, così da essere incoraggiata ad intraprendere uno stile di vita sano.
In questo circolo virtuoso hanno un ruolo fondamentale le essenze, che cambiano lo stato d’animo e accrescono il benessere di chi usufruisce di un servizio di estetica. Il mio modus operandi è il seguente: prima di ogni seduta diffondo nella cabina una nuvola aromatica di oli essenziali, quando la cliente si è accomodata sul lettino, la invito a chiudere gli occhi e le propongo di annusare diverse boccette di essenze fra le quali sceglierà la più gradita che miscelerò alla crema utilizzata per il trattamento così da accrescere la sensazione di benessere.
La recente esperienza scolastica mi ha stimolato a continuare il percorso di studio nell’ambito delle essenze e della loro interazione con le persone. Ho scoperto infatti un altro ambiente in cui gli odori contano come in un centro estetico: la cucina. Quante volte a tavola apprezziamo un piatto ancor prima di assaggiarlo proprio per il piacevole profumo che emana? Quello del cibo è il più delle volte proprio un “profumino”, delicato e penetrante, che da luogo al fenomeno della cosiddetta “bava alla bocca”, non una prerogativa canina ma un fenomeno anche umano. Quando siamo affamati e sentiamo un intenso profumo di cibo, nel nostro cervello avvengono processi identici a quelli del nostro pet, anzi, è probabile che anche le strutture deputate alla decodificazioni degli odori siano fisicamente identiche in gran parte dei mammiferi poiché risalgono a un epoca remota, quando i mammiferi erano ben poco differenziati in specie. L’unica cosa che ci differenzia dal nostro cane è che non lasciamo sgocciolare dalla bocca la saliva che produciamo copiosa prima e durante il pasto!
Nella cucina moderna le essenze non sono deputate esclusivamente a stimolare il nostro appetito, il più delle volte già appagato dal regime di sovralimentazione in cui viviamo, ma servono a valorizzare i piatti distinguendo il cibo di qualità dal semplice nutrimento. In un epoca di sicurezza alimentare dove il problema non è più procurarsi il cibo ma selezionarlo, si è sviluppata una vera e propria estetica del cibo, come possiamo vedere nei reality di cucina. Se i nostri nonni o genitori si accontentavano che ce ne fosse una quantità sufficiente, noi ci preoccupiamo che il cibo sia bello nell’aspetto perché ciò allieterà i nostri ospiti, ma che sia sano perché salvaguarderà la salute dei nostri figli, e profumato perché esalti il piacere di un momento conviviale. Le essenze, come vedremo di seguito, hanno avuto un ruolo fondamentale nella sopravvivenza e sviluppo dell’umanità, hanno un ruolo importante ed inedito nell’economia contemporanea e sono un terreno di sperimentazione per la gastronomia del futuro.
Cosa sono le essenze ed i profumi
Il termine “profumo” proviene dal latino per fumum, che significa letteralmente “attraverso il fumo”. L’origine etimologica, quindi, va ricercata nell’utilizzo di alcuni oli e aromi essenziali, come l’incenso, che venivano bruciati in offerta a dei ed antenati. L’essenza è l’insieme delle varie sostanze chimiche presenti nella pianta e nei prodotti che essa secerne per le seguenti funzioni:
- come antibiotico per difendersi da batteri, funghi e microrganismi infestanti
- per respingere gli attacchi di animali erbivori o insetti
- per attirare insetti impollinatori che permettano alla pianta di diffondersi in natura
- per inibire la crescita di piante concorrenti attorno a sè che potrebbero sottrarle nutrimento (allelopatia)
- per prevenire la disidratazione in ambienti secchi, gli oli proteggono le foglie della pianta limitando la perdita di acqua.
Gli oli essenziali delle piante sono considerati dai biologi come il sangue negli animali. Questi circolano attraverso i tessuti e penetrano la membrana cellulare trasportando all’interno i nutrienti e portando all’esterno i prodotti di scarto, con una funzione analoga appunto a quella del sangue. Gli oli essenziali agiscono sui siti di ricezione degli inquinanti e detossificano dai residui petrolchimici, farmaceutici, e dai metalli pesanti. Migliorano le capacità di assorbimento di vitamine, sali minerali ed altri nutrienti nei vegetali ed agiscono come degli ormoni regolando la produzione di vitamine e minerali.
Diversi studi hanno dimostrato che gli oli essenziali hanno la capacità di mantenersi puri anche in terreni con alte concentrazioni di metalli pesanti, quali cadmio, piombo e zinco1
le essenze costituiscono quindi la parte vitale della pianta e la loro potenza è dimostrata da alcuni fenomeni curiosi che ne mettono in evidenza l’importanza nel mondo vegetale.
Ad esempio nel deserto impediscono alle piante di crescere troppo vicine una all’altra evitando che si ostacolino nell’assorbimento dei pochi liquidi disponibili. Alcune specie di fagioli e pomodori, quando vengono attaccate da parassiti o vermi, rilasciano alcuni oli essenziali che attirano vespe le quali si nutrono proprio di vermi e parassiti.
Quando le piante vengono tagliate o parzialmente morse da animali, secernono particolari resine per riparare la parte interessata. In queste resine sono presenti dei composti aromatici che hanno la funzione di difendere la pianta dalle infezioni e al contempo favorire processi di rigenerazione e cicatrizzazione. Per lo stesso motivo gli oli essenziali possono avere le stesse funzioni sui nostri tessuti come antisettici ed emollienti.
Gli oli essenziali agiscono anche sul microclima, rendendo l’ambiente più umido e fresco in ambiente desertico. Le molecole terpeniche, soprattutto i tertraterpeni, abbassano le frequenze della luce solare visibile a livello di infrarossi e le riemettono sotto forma di calore, prevenendo il danneggiamento che può risultare da alcune trasformazioni fotochimiche indotte dalla luce2.
La maggior parte delle piante sono autotrofe cioè possono nutrirsi di molecole semplici non metabolizzate precedentemente da altre forme di vita. Una piccola parte di piante è eterotrofa come gli animali. Questo tipo di piante, famose come piante carnivore, utilizzano essenze e oli per attirare piccoli animali, intrappolarli e divorarli.
Gli oli essenziali nelle piante vengono prodotte dalle cellule secretorie che a seconda della posizione in cui si trovano rilasciano essenze differenti. Ad esempio la cannella si presenta in tre varietà, quella estratta dalle radici, quella delle foglie e quella della corteccia.
Composizione chimica
– molecole terpenichie: la maggior parte delle molecole presenti negli oli essenziali sono terpenoidi. Svolgono differenti funzioni come respingere infezioni micotiche e predatori ma anche attirare insetti impollinatori
– molecole fenoliche e le molecole alifatiche non terpeniche con funzione protettiva e difensiva
– molecole eterocicliche contengono differenti tipi di atomi, rari negli oli essenziali che includono molecole azotate come l’indolo il methyl-antranilato, e le molecole ossigenate come lattoni, cumarine e furanoidi.
Negli oli essenziali sono presenti acidi in qiuantità variabileche. L’essenza di benzoino ne contiene una grande quantita 35%, mentre la percentuale si riduce nell’anice, nella citronella (acido citronellico, nel vetiver (acido vetiverico), nel cinnamomo (acido cinnamico). L’acido aminobenzoico ha proprietà antiossidanti e protettive verso gli ultravioletti ed è presente nell’arancio, mandarino, neroli, limone e bergamotto. L’acido angelico è presente negli oli essenziali di angelica e nelle umbelliferae, svolge un’azione sedativa nei confronti del sistema nervoso centrale ed è un efficace antimicotico, antimicrobico e repellente per insetti.
L’acido benzoico e i suoi sali o esteri, derivati dal benzoino e dal balsamo del tolù, sono utilizzati come additivi alimentari e antimicrobiotici. Nelle etichette compaiono con le sigle E210 E211 E212 E213. Essi sono deputati nell’eliminazione di lieviti muffe e batteri mentre non si accumulano nel corpo umano perché vengono eliminati con le urine. Fra gli oli essenziali troviamo l’acido cinnamico facilmente solubile in alcol, ha un’ aroma di miele con accenti floreali ed è un buon antiossidante. Un altro potente antinfiammatorio e antibiotico utilizzato anche in farmaceutica è l’acido fenilacetico contenuto nelle essenze di neroli ed elicriso. L’utilizzo degli oli essenziali è sempre più frequente in cucina dove assolvono a diversi compiti quali esaltare il gusto del piatto, ammorbidirlo, renderlo più digeribile o semplicemente aromatizzarlo, non è ancora molto diffuso nelle case degli Italiani poiché abbiamo una grande disponibilità di piante aromatiche e spezie che già sprigionano essenze. L’olio essenziale ad uso alimentare deve essere biologico e puro cosi da poter essere commestibile. Le tecniche di estrazione compatibili per uso alimentare sono quelle classiche: estrazione per corrente di vapore o per spremitura.
Gli oli essenziali in cucina hanno bisogno di un vettore per potersi amalgamare bene con le preparazioni. Il vettore d’eccellenza per uso alimentare è l’olio extravergine d’oliva che favorisce il discioglimento delle essenze.
Non tutti sono disponibili in cucina,bisogna escludere naturalmente gli oli essenziali tossici e quelli incompatibili con la cottura o con i cibi.
Possiamo suddividerli in quattro gruppi:
– Essenze come il mandarino, arancio, limone, limettax, pompelmo, bergamotto
– Oli essenziali di erbe aromatiche quali origano, timo, rosmarino, basilico, menta, melissa
– Oli essenziali da Fiori quali rosa, lavanda, camomilla, gelsomino, ylang-ylang, neroli
- Oli essenziali di spezie quali vaniglia, semi di coriandolo, cardamomo, finocchio, cannella, noce moscata, anice, chiodi di garofano, pepe
Per conoscere le proprietà e le caratteristiche di un essenza si fa riferimento all’aromaterapia cosicché l’abbinamento con i cibi sarà mirato e funzionale ad una perfetta degustazione. Ad esempio un olio essenziale dalle proprietà depurative e sgonfianti ben si abbina a un alimento ricco di grassi e difficile da digerire.
“Essenza scientifica” del marketing
Nelle campagne di marketing l’olfatto è sempre stato utilizzato meno rispetto all’udito e alla vista che sono i sensi più stimolati negli spot pubblicitari radiotelevisivi e nella cartellonistica. Stimolare il naso delle persone è difficile poiché implica l’utilizzo di tecnologie sofisticate come i diffusori che difficilmente ottengono l’effetto sperato in spazi interni molto ampi come i centri commerciali o ambienti di passaggio aperti. La volatilità delle essenze è forse il maggior limite alla loro diffusione nell’ambito della pubblicità.
Si è cercato di ovviare ai limiti della tecnologia implementando le apparecchiature di diffusione oppure, più indirettamente, dedicando parte dei contenuti visuali o testuali alla descrizione degli odori al fine di valorizzare i prodotti offerti.
Le aziende considerano l’olfatto come una nuova frontiera del marketing poiché è un senso primitivo e molto sensibile; basti pensare che la memoria umana immagazzina il 35% degli odori che percepisce mentre la vista immagazzina il 5% delle immagini, l’udito il 2% dei rumori e l’apparato tattile solamente l’1% di ciò che tocchiamo. Ciò è in parte dovuto al fatto che nei contesti urbani contemporanei siamo sottoposti a meno stimoli olfattivi che non visivi, uditivi o tattili ma anche alla struttura e alla storia evolutiva del nostro cervello.
La cosmetica e il settore dei detergenti per la casa sono pionieri nell’utilizzo delle essenze come parte integrante delle strategie di marketing; i pubblicitari sono ben consapevoli che i neuroni dell’apparato olfattivo terminano nella parte del cervello dove hanno sede le emozioni, il sistema limbico, la parte più antica del cervello dove risiedono le sensazioni di simpatia, sensualità, predisposizioni innate, istinti, ricordi, umore e creatività. La memoria olfattiva non svanisce nel tempo ma favorisce la rievocazione a lungo termine di emozioni e sensazioni. Stimolare il senso dell’olfatto significa dunque colpire direttamente le emozioni dei consumatori.
Nel 1966 la Procter & Gamble per la prima volta decise di sperimentare il profumo di limoni all’interno di un sapone per piatti, usandolo non per coprire l’odore sgradevole chimico di sapone e detergenti, ma come benefit da comunicare al consumatore; il profumo di limone suscitava nei consumatori l’idea della forza sgrassante. Già nel 970 d.c. in Cina gli uomini d’affari dell’Imperatore avevano riscontrato che i loro prodotti acquisivano maggiore forza attrattiva se le sete che indossavano venivano profumate, secondo un’attualissima regola di commercio per la quale chi vende il prodotto è parte del prodotto stesso ovvero che se vendiamo merci profumate ma non ci laviamo queste perderanno appeal nel cliente e viceversa possiamo valorizzare oggetti anche banali se nella vendita ci poniamo cordiali, suadenti e …profumati.
I primi esperimenti sistematici di marketing olfattivo risalgono al secolo scorso. Durante la scena romantica di un film muto venne diffuso in sala un profumo di rose e ciò ebbe grande effetto sul pubblico. L’idea purtroppo non ebbe seguito poiché le attrezzature erano costose e si riscontravano problemi nel sostituire gli odori della scena anteriore con quelli della scena successiva. L’esperimento è stato riproposto lo scorso anno presso il Museo Interattivo del Cinema di Milano dove nell’ambito della rassegna “al cinema con il naso” sono stati proiettati diversi film come Chocolat e Ratatouille con l’utilizzo di uno speciale apparecchio diffusorio, l’Odorama e l’offerta di degustazioni in tema con le pellicole proiettate.
Esistono poi alcune aziende che si sono create un marchio olfattivo quasi inconsapevolmente. Si pensi al marchio Borotalco: l’odore di Vanillina evoca l’odore di talco per bambini e più precisamente quello commercializzato da Borotalco. Mentre le forme e i colori con il passare dei mesi si mescolano ad altre immagini immagazzinate nel nostro cervello, al contrario l’odore si registra nella sua totalità poiché non si può scomporre,
anche nel campo della musica si sono fatti esperimenti di rinforzo del prodotto. Gli organizzatori del tour di Lorenzo Jovanotti “Capo Horn”, per suggestionare il pubblico diffondevano determinati odori nell’area del concerto. Durante la canzone “dolce far niente” è stato diffuso il profumo d’arancio che evocava in questo modo atmosfere bucoliche e rilassanti. Per la canzone “per te” dedicata alla figlia, l’odore prescelto è stato quello del borotalco. Per “l’ombelico del mondo” si è utilizzato il Patchouli; la rosa per la canzone “bella” e infine per “gente della notte” l’odore di cappuccino, emblematico profumo della colazione post-discoteca.
Recentemente è stata creata anche una stampante di odori, l’Olfactory Display che ha visto la collaborazione del dottor Kenichi Okada della Keyo University di Tokyo e Canon. Al momento è in grado di riprodurre soltanto limitate varietà di essenze quali limone, vaniglia, lavanda, mela cannella, pompelmo e menta ma si prevedono interessanti sviluppi commerciali che, come nel caso della stampante 3d, si concretizzeranno nel prossimo futuro con il ridimensionamento dei costi di produzione.
Essenze ed odori oltre che costituire un valore aggiunto al prodotto possono essere essi stessi un prodotto come nel caso della profumeria, dei deodoranti e dei diffusori per ambienti, delle essenze alimentari o per utilizzo terapeutico ed essere soggetti a brevetto o rientrare perfino nella categoria dei marchi atipici. Con questo termine si identifica una nuova categoria di marchi, ancora poco utilizzati, che hanno come oggetto di registrazione colori, profumi, rumori e suoni. Gli operatori del settore cercano di creare nuovi canali e metodi per suscitare l’attenzione del consumatore ormai bombardato ed assuefatto dalla stimolazione audiovisiva. Fino ad ora le essenze venivano tutelate esclusivamente grazie a brevetti, mentre ora alcune aziende cercano di farne dei marchi.
Gli odori potrebbero rientrare nei cosiddetti marchi “innovativi” una nuova categoria di marchi ulteriore a quella dei marchi tradizionali come parole, lettere, numeri e figure.
Le essenze nella storia
Gli animali e anche gli esseri umani hanno sempre utilizzato l’olfatto per riconoscere persone, luoghi e alimenti. Nel corso della storia le essenze hanno avuto differenti funzioni. Sono stati strumenti di contatto fra l’individuo e gli dei tramite la fumigazione durante i riti sacri e funebri, utilizzati come arma invisibile di seduzione o simbolo di status riservato alle classi più agiate, come accade ancor oggi con i profumi griffati.
Saper distinguere le essenze di ciascuna pianta, ancor prima che riconoscerne l’aspetto è da sempre una capacità fondamentale per la nostra sopravvivenza poiché ci ha permesso di identificare i vegetali adatti ad essere consumati da quelli non adatti perché velenosi e mortali. Per questo motivo noi animali abbiamo evoluto un ottimo olfatto ed una memoria olfattiva efficientissima. Mangiamo, ci relazioniamo, fuggi(v)amo dai predatori, e trovavamo le prede più con il naso che con gli occhi.
Gli uomini primitivi, non solamente quelli della nostra specie Sapiens sapiens ma tutti i primati del genere homo hanno lasciato agli archeologi contemporanei diversi tipi di manufatti che suggeriscono un evoluzione culturale notevole, il che ci permette di ipotizzare
che le piante siano state utilizzate già in epoche remote come strumento di corteggiamento dei propri partner sessuali, come piacevoli doni o per inebriarsi. Lo fanno esseri che consideriamo filogeneticamente più semplici di noi come volatili e scimpanzé ed è quindi plausibile che lo facessimo anche noi nella notte dei tempi.
L’utilizzo del fuoco ha senz’altro favorito la fruizione delle essenze. Una varietà incredibile di piante e legname come sappiamo rilascia intensi e piacevoli aromi, e i nostri antenati hanno approfittato del semplice piacere che dava bruciare un tipo di legno piuttosto che un altro, certe foglie o certe fiori, passando gradualmente dalla scoperta casuale di particolari profumi all’utilizzo intenzionale di determinati vegetali. Tradizione orale e imitazione hanno consentito che queste semplici abitudini diventassero consuetudini. L’utilizzo delle essenze, più propriamente dei vegetali come diffusori delle essenze, è diventato un fattore culturale ben prima che la nostra specie si affermasse sul pianeta, 110 mila anni fa.
Le prime testimonianze scritte di un utilizzo delle essenze le troviamo negli antichi testi sacri. La tradizione storica occidentale ipotizza che essenze e profumi derivino dall’oriente. Qui avevano una funzione sacra poiché bruciate inebriavano i fedeli e li elevavano ad una condizione semi-divina o, se vogliamo vederla in maniera più materialista, li stordivano e inducevano i più sensibili a condizioni di trance dove avevano visioni e attacchi epilettici assimilabili al manifestarsi del divino. I fumi che venivano levati al cielo servivano inoltre ad ingraziarsi gli dei. È probabile che questi effluvi profumati spesso indicati come purificatori contribuissero ad aromatizzare e disinfettare gli ambienti insalubri dei primi conglomerati urbani della Mesopotamia.
Nell’antico Egitto essenze e profumi ricoprivano un ruolo importantissimo nei rituali e nelle funzioni religiose tanto che vengono indicati come “sudore divino”. Erano importanti anche nel processo di imbalsamazione per eliminare parassiti e nascondere gli effluvi dei cadaveri in attesa di essere trattati. I profumi iniziarono ad essere utilizzati anche per la seduzione attraverso unguenti ed oli profumati. Celebre è la cronaca dell’incontro fra Cleopatra e Marco Antonio in cui si narra di diffusori, incensi e petali di rosa.
Gli egizi utilizzavano il kyphi, un composto di oltre 50 essenze tra le quali incenso e mirra che poi ritroveremo nella bibbia. Le essenze assunsero un ruolo importante anche a livello politico poiché i faraoni donavano profumi pregiati ai sovrani esteri.
Il ruolo sacro delle essenze ritorna anche nelle Sacre Scritture, in particolare nel Libro dell’Esodo in cui Dio ordina a Mosè di bruciare incenso ed altre sostanze aromatiche in suo onore3.
Nel Tempio di Gerusalemme l’offerta dei profumi aveva un ruolo predominante. Allo Yom Kippùr, la ricorrenza religiosa ebraica che celebra il giorno dell’espiazione, il Sommo Sacerdote entrava nel Santo dei Santi (il luogo dove si trova la Torah, il rotolo della Legge) con il turibolo dei profumi da bruciare, i timiati, composti da una mistura a base d’incenso.
Presso gli Ebrei il profumo era utilizzato sotto forma di unguenti (detti puk), di oli profumati, di polveri e di sacchetti di erbe aromatiche inserite fra i vestiti. Nella mistica ebraica l’odorato è ancora descritto come un senso nobile che da piacere all’anima e non al corpo come gli altri sensi più semplici. Il profumo avvicina a Dio e consolida il rapporto di stima e rispetto con gli altri uomini come spiega Teofrasto nel suo celebre “Trattato degli odori”.
Anche il Vangelo testimonia l’importanza delle essenze nelle culture antiche tanto che, come nel celebre episodio della venuta dei Magi, essi portano in dono a Gesù oro, incenso e mirra4.
Tuttavia nei secoli successivi con l’affermarsi del potere della chiesa le essenze divennero oggetto di condanna come strumento di piacere e quindi di peccato. Il cristianesimo, influenzato dalla filosofia idealista greca, condanna i piaceri olfattivi accentuando la contrapposizione tra corpo e spirito. Nella Bibbia infatti non è riportato alcun particolare disprezzo per il corpo e i suoi ornamenti. Addirittura il cantico dei Cantici loda la bellezza, impiegando anche metafore sensuali. Solo nei Vangeli una velata critica dell’uso profano del profumo indicato come ornamento estetico da rifiutare in favore di mitezza e pace per l’anima. Dura è invece la condanna dei padri della chiesa che incitano alla mortificazione di tutti gli artifici legati alla bellezza che a loro avviso inducono alla sregolatezza e alla prostituzione. Sul finire del mondo antico poi, la morale cristiana, promuove a gran voce l’ideale di castità ed il profumo, da sempre strumento di seduzione, viene paragonato ad un “fumo nero e fetido”, causa di una peste invisibile, che danna i corpi degli uomini e suscita la collera divina. L’unico profumo gradito è quello mistico: si tratta di un “profumo di santità”, sinonimo di preghiera e legame con Dio. L’olfatto ed essenze pertanto, assumono valore soltanto se purificati e spiritualizzati tramite le essenze sacre di incenso e mirra
Incenso, mirra cinnamomo e ladano venivano prodotte già in epoca precristiana come dimostrano gli scavi di Pyrgos, nell’isola di Cipro, dove si è scoperto quella che si crede la più antica fabbrica di profumi del Mediterraneo. Durante gli scavi, iniziati nel 1997 e durati otto anni, sono stati rinvenuti reperti risalenti al XX secolo a.C. di una fabbrica adibita alla produzione d’olio d’oliva e al suo impiego nei settori cosmetico, medico-farmaceutico e tessile. L’arte di miscelare gli aromi si diffuse anche in Occidente, in Grecia e a Roma. Fin dall’epoca Cretomicenea (1500 a.C.), i Greci credevano nell’esistenza di esseri divini rivelati dagli aromi e dai profumi.
Malgrado il veto morale di Socrate, i profumi erano talmente apprezzati da essere considerati creazione degli stessi dei. Per questo, il profumo i culti ed i riti di passaggio quali battesimi, matrimoni, funerali erano sempre accompagnati da fumigazioni e unzioni profumate.
I Greci sono passati alla storia anche per il culto della bellezza plastica e della conseguente cura per l’igiene del corpo. Già in quest’epoca si praticava a scopi terapeutici l’euodia, quella che oggi viene chiamata aromaterapia, cioè l’inalazione di “buoni odori”. Si credeva, ad esempio, che cingere il capo con coroncine di rose o di mirto mitigasse le emicranie, in particolare quelle provocate da eccessive libagioni. Ippocrate esaltò le virtù di rimedi a base di salvia, malva e di cumino somministrati sotto forma di suffumigi, frizioni e bagni.
Tra le preparazioni profumate degli antichi Greci ricordiamo il kipros, a base di menta e bergamotto, e il susinon a base di giglio.
A Roma invece incenso e mirra divennero essenze di consumo e status poiché molto preziose. Le classi elevate misuravano la propria ricchezza nelle quantità di incenso e mirra che potevano bruciare in onore degli dei. Plinio il vecchio riporta nelle sue cronache che Nerone ai funerali della seconda moglie Poppea fece bruciare una quantità di incenso superiore alla produzione di un intero anno in Arabia. Con l’avvento del cristianesimo e di un nuovo senso morale che incoraggiava il controllo dei sensi e degli istinti i romani abbandonarono l’abitudine di svolgere quelle che Petronio nel Satyricon descrive come “orge olfattive”.
Il declino dell’impero romano causò una diminuzione dei rapporti commerciali fra occidente e oriente. L’Europa, impoverita da una cronica instabilità economica e militare entrò nell’alto medioevo, un periodo di arretramento nell’ambito della cultura, dell’arte e dei costumi. La domanda di beni di lusso crollò ed anche le essenze scomparvero dal paniere degli acquisti dei ricchi, salvo ritornarvi attorno all’anno mille. Le cosiddette acque profumate verranno utilizzate dalla nobiltà per coprire gli effluvi sgradevoli dati dal costume di non lavarsi poiché l’acqua era vista come causa di malattie.
Intanto in territorio Arabo attorno all’anno 1000 il famoso medico Avicenna scoprì come distillare l’acqua di rose dai petali della rosa centifolia e descrisse nelle sue opere nuove lozioni aromatiche e oli profumati. Tuttavia non si trattava ancora di soluzioni alcoliche, in quanto l’alcol era proibito dal Corano. Grazie agli intensi traffici commerciali che si svolgevano nel mediterraneo, le essenze pervenivano nei porti del mezzogiorno ed infatti fu l’Istituto Superiore delle Scienze di Salerno, intorno all’anno Mille, a sostituire l’olio con l’alcol come eccipiente del profumo.
Con le crociate si assiste al definitivo ritorno dei profumi presso le classi alte europee. I monaci benedettini al seguito delle armate cristiane in Terra Santa, traducono in latino i manoscritti arabi e scoprono i segreti della distillazione. Le scuole di Salerno e Santiago di Compostela ospitarono i primi mastri distillatori di essenze edi bevande. Tuttavia il primo profumo moderno in soluzione alcolica fu preparato in Ungheria nel 1370 da un monaco esperto di chimica. Il profumo, noto come Eau de Hongrie (“Acqua Ungherese”), era un estratto di rosmarino, timo e lavanda. La regina Elisabetta d’Ungheria si vantava, grazie ai poteri di questo profumo, di essere riuscita a sedurre a settant’anni il re di Polonia.
Nel Rinascimento l’arte della profumeria si sviluppò ulteriormente: la chimica sostituì definitivamente l’alchimia migliorando la distillazione e la qualità delle essenze.
I grandi profumieri del Rinascimento erano spagnoli e italiani. I primi avevano ereditato la loro scienza dagli arabi, i secondi avevano approfittato della ricchezza della penisola e del gusto dell’aristocrazia per i profumi per arricchirsi attraverso il commercio delle essenze e per esportare all’estero la tecnica dei profumieri. Grazie alle numerose esplorazioni, giungevano nuove essenze dall’India e successivamente dall’America.
Quando Caterina de’ Medici giunse in Francia per sposare il Duca d’Orléans, il futuro re Enrico II, portò con se dall’Italia il suo profumiere Renato Bianco (poi francesizzato in René Le Florentin) che aprì una bottega a Parigi diventando famosissimo tra l’aristocrazia parigina. Il successo di essenze e profumi è stato rafforzato dalla consolidata tradizione di non lavarsi che ha accompagnato l’aristocrazia europea per tutto il medioevo. Le essenze profumate prendono il posto dell’igiene personale per vincere i cattivi odori, disinfettare e nascondere la sporcizia.
Molto in voga, in questo periodo, anche la profumeria secca per usi diversi: polveri raccolte in sacchetti da mettere sotto le gonne, per il viso o per la parrucca.
Nel 1600 nasce l’Acqua di Colonia. Secondo alcuni la inventò Gian Paolo Feminis, originario di Santa Maria Maggiore, cittadina della Val Vigezzo (Vb). Feminis inventa e produce una sostanza che, a suo dire, guarisce tutti i mali che chiama Aqua Mirabilis. Trasferitosi a Colonia, in Germania, importa il suo prodotto che poi verrà chiamato Acqua di Colonia. Secondo altre fonti l’inventore di questa essenza fu un altro italiano, Giovanni Maria Farina, anche lui della Val Vigezzo. La formula messa a punto dal Farina comprende una trentina di essenze, tra cui limone, cedro, arancia, pompelmo, lavanda, timo e rosmarino. È utile sottolineare che nell’Europa antica e moderna la magia ha un ruolo fondamentale nell’assecondare le necessita di masse superstiziose e flagellate da epidemie e malnutrizione cosicché ciarlatani e stregoni facevano affari anche grazie a supposte essenze miracolose le cui uniche proprietà nella maggior parte dei casi non andavano oltre all’odore gradevole.
Alla corte di Luigi XV, detta la “corte profumata”, vi è l’obbligo di utilizzare il profumo tutti i giorni. Numerose pubblicazioni inoltre, fissano i canoni dell’eleganza femminile, e i gusti olfattivi evolvono verso profumi delicati. Dopo il XVIII secolo l’industria francese dei profumi si concentra a Grasse, nel sud della Francia. All’inizio i fabbricanti di Grasse distillano le essenze nelle fabbriche di guanti. I profumati articoli diventano celebri grazie alle donne borghesi di Francia, Italia ed Inghilterra; questo fu il primo modo di “indossare” un profumo. Una seconda città guida del profumo, sviluppatasi un secolo dopo Grasse, è Colonia, già rinomata per la sua Acqua di Colonia.
La Rivoluzione Francese aveva parzialmente danneggiato l’industria profumiera poiché proprio le essenze erano un prodotto simbolo dell’agio dell’aristocrazia. Una vera rivoluzione nel campo della pulizia personale avvenne verso la fine dell’Ottocento quando Louis Pasteur (1822-1895), padre della microbiologia, scoprì l’esistenza dei batteri. L’igiene personale diventava un aspetto importante nella cultura europea e venne meno l’esigenza di ricorrere a fragranze grevi mentre si iniziarono ad utilizzare essenze dolci e meno aggressive che più che nascondere gli odori valorizzavano il buon profumo di corpi puliti.
Nel 1778 nasce a Milano la Casa di Profumo, Saponi e articoli per toletta Angelo Migone & C., che produce beni profumati e per la cura della persona. Chiuderà solo negli anni Cinquanta del XX secolo, vittima di una politica aziendale troppo ancorata a vecchie produzioni.
Nel XIX secolo l’abolizione degli editti corporativi e la liberalizzazione del commercio permettono di segnare una tappa decisiva nella produzione del profumo. In questo periodo entra in scena il famoso marchio Guerlain. Nel 1828 Pierre Francois Pascal Guerlain apre la sua prima maison di profumeria a Parigi, che offre eau de toilette, saponi, preparazioni termali, aceti aromatici, creme e pomate di ogni tipo. Nell’Ottocento una scoperta rivoluziona il mondo dei profumi: la sintesi dell’urea, ottenuta da Friedrich Wöhler nel 1828. Questa scoperta dà l’avvio alla chimica organica, contribuendo all’evoluzione della profumeria attraverso l’utilizzo degli aldeidi. Quest’ultimi sono degli elementi sintetici che aumentano all’infinito la possibilità di disporre di diverse profumazioni. Componenti naturali e prodotti di sintesi sono poi uniti a sostanze chiamate fissatori, che hanno il compito di “ancorare” il profumo alla pelle. I fissatori hanno caratteristiche particolari, tra cui quelle di essere poco volatili, incolori, solubili nell’alcol e negli oli essenziali.
Con il 1900, arriva la Belle Epoque che fa del profumo un vero prodotto di lusso. Solamente tra le due guerre tuttavia, si affermano i grandi nomi dell’alta moda della profumeria, come simbolo di eleganza e sfarzo femminili. Nasce così la profumeria moderna. Poco a poco compaiono prodotti di sintesi di alta qualità, con prezzi accessibili e con note inedite nelle composizioni. Il primo profumo famoso che utilizza prodotti di sintesi è Flomary, commercializzato agli inizi del 1900. Ma la vera affermazione arriverà nel 1921 con la creazione, da parte di Ernest Beaux, del famosissimo profumo Chanel N.5.
Nel 1865, il profumiere londinese Eugene Rimmel divide gli aromi in diciotto gruppi allo scopo di facilitare la classificazione degli odori. Nasce così il concetto di sottofamiglia, dividendo i profumi in base alla loro persistenza e alla nota dominante (quest’ultima permette di classificare la fragranza all’interno di una famiglia).
L’intuizione di Rimmel sarà ripresa negli anni Venti del Novecento da un altro profumiere, René Cerbelaud, che elaborò uno schema con quarantacinque gruppi, individuando anche collegamenti tra un gruppo e l’altro.
L’euforia per la moda dei profumi subì una breve interruzione con il crack del 29′. Tuttavia alcune case di moda, proprio grazie alla crisi economica e al fallimento di numerose ditte concorrenti, hanno conquistato una fetta di mercato consistente, trovando il favore di una clientela sofisticata e con un potere d’acquisto pressoché intatto. Ad esempio Jean Patou nell’anno della grande depressione lancia il profumo Joy, che grazie alle sue rare e lussuose essenze ha avuto un enorme successo. Ogni flacone da 30 millilitri conteneva oltre diecimila fiori di gelsomino e 28 dozzine rose il che lo rendeva un prodotto esclusivo. Questo profumo è completato da alcune essenze che ne vanno a costituire le note; aldeidi, pesca e foglie verdi come note di testa, note di cuore sono la rosa bulgara, il gelsomino, i ylang-ylang, tuberosa. Mentre con lo zibetto5, il muschio e il legno di sandalo si compongono le note di fondo. Le dame anni 30′ incuranti del prezzo, ammaliate dalla sofisiticata fragranza del “profumo piu costoso del mondo” come lo definì lo stesso Jean Patou, apprezzavano il bouquet di Joy “che contrastava il puzzo della povertà”, come affermava una pubblicità dell’epoca. Il successo di questa fragranza è in parte dovuto ad un accurata operazione di marketing che ne ha valorizzato il potere mistificante, dovuto alla grande varietà di essenze, quasi fosse una droga con la capacità di anestetizzare il disgusto e la sofferenza dei più ricchi per la miseria dilagante nel 29′.
Alla fine della seconda guerra mondiale, il profumo ha un nuovo sviluppo e il numero di consumatori aumenta notevolmente. E’ in questo periodo, più precisamente nel 1945, che nasce e si diffonde la profumeria maschile. Negli anni ’50, durante la guerra fredda, il profumo diviene un prodotto di massa; le fragranze sono più sapienti e meno complesse. La donna degli anni ’70 infine, rivendica la sua differenza manifestando attraverso il profumo il suo nuovo ruolo sociale e stile di vita; individualismo, confronto e scontro sono le sensazioni che vengono ricercate. Nel 1960, Steffen Arctander realizzò una classificazione comprendente ottantotto gruppi, dividendo le materie aromatiche naturali secondo l’odore, il tipo e il possibile uso.
La profumeria contemporanea offre oggi lo spettacolo di una vera e propria arte, con la sua profusione di innovazioni, facendosi interprete delle culture, delle tradizioni e delle mode olfattive di ogni parte del mondo. Con il III millennio il profumo conosce un forte calo. Nell’era dell’apparenza e dello star system, le griffe più importanti corrono ai ripari sfoggiando profumi firmati dalle superstar, puntando le proprie strategie di vendita sul packaging piuttosto che sulla qualità delle essenze proposte. Il profumo diventa un prodotto di consumo.
Epilogo
Attraverso il disegno e la stampa, già nei secoli scorsi , l’uomo aveva imparato a catturare le immagini. Nel 900 è riuscito a catturare, riprodurre, trasmettere a distanza i suoni delle voci e i rumori.
Le Fragranze, le essenze, ed i profumi possono essere trasmessi solo in parte e suscitano sensazioni non replicabili. Ogni tipo di pelle ad esempio reagisce ad uno stesso profumo in maniera differente cosicché la fragranza risulterà diversa da soggetto a soggetto.
Quello che mi affascina della fragranza che emanano le essenze è il loro carattere libertario in quanto sono difficilmente replicabili a livello industriale, poiché uno stesso odore cambia a seconda del contesto e della persona che lo percepisce. Un ulteriore motivo che mi ha portato a redigere questa tesi è la grande influenza che profumi, odori ed essenze hanno sull’emotività delle persone. Annusare una fragranza attiva più sensi che a loro volta risvegliano una memoria.
L’odore è sempre associato ad un oggetto che può essere un fiore, pianta, arbusto, frutto, spezie, erbe, pietanza, dolce. Quest’ultimo a volte sprigiona per tutta la casa un profumo delicato, nebuloso, avvolgente, rassicurante. Potremmo catturare la fragranza che emana un’essenza nei rigidi confini di un marchio e potrebbe poi questa contraddistinguersi in un canale commerciale ?
Bibliografia
Deiana R., Oli essenziali in cucina, Tecniche Nuove, 2010
Le Guérer A., I poteri dell’odore, Bollati Boringhieri, Torino, 2004
Maurin M., La saggezza del creatore di profumo, Edizioni della Meridiana, Firenze, 2008
Munier B., Storia dei profumi. Dagli dèi dell’Olimpo al cyber-profumo, Dedalo, Bari, 2006
Pennestrì S., a cura di. Aromatica, profumi tra sacro, profano e magico, Selcom Editoria, Torino, 1995
Süskind P., Il profumo, TEA, 2007
Tisserand R., Manuale di aromaterapia, Edizioni Mediterranee, 2003
Villoresi L., Il profumo: storia cultura e tecniche, Ponte Alle Grazie, Milano, 1995
Marketing Sensoriale, 5 sensi per comunicare, vendere e comprare, Fausto Lupetti Editore, Bologna 2009
Sitografia
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http://archive.forumcommunity.net/?t=51293432 dizionario delle essenze
Glossario
Essenza: sostanza oleosa, aromatica, volatile che si estrae dalle piante oppure in senso figurativo la sostanza propria e permanente di una cosa.
Nota di testa: sono minuscole molecole che evaporano velocemente ma dall’odore intenso. Sono percepite immediatamente dopo l’applicazione di un profumo.
Nota di cuore: più morbide ed avvolgenti, sono avvertite dopo qualche minuto fino ad un ora dall’applicazione del profumo.
Nota di fondo: sono la parte permanente del profumo che rimane fino a ventiquattro ore dopo l’applicazione.
Odore: sensazione corrispondente alla funzione dell’organo dell’olfatto oppure concretamente la sostanza odorosa in sé.
Olio essenziale: oli ottenuti per estrazione a partire da materiale vegetale aromatico.
Profumo: miscela di essenze odorose, naturali o artificiali, opportunamente dosate. Esalazione gradevole.
Vedi, in questi silenzi in cui le cose
s’abbandonano e sembrano vicine
a tradire il loro ultimo segreto
talora ci si aspetta
di scoprire uno sbaglio di Natura,
il punto morto del mondo, l’anello che non tiene,
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta
nel mezzo di una verità.
Lo sguardo frugal d’intorno,
la mente indaga accorda disunisce
nel profumo che dilaga
quando il giorno più languisce.
Sono i silenzi in cui si vede
in ogni ombra umana che si allontana
qualche disturbata Divinità
Ma l’illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l’azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta
il tedio dell’inverno sulle case,
la luce si fa avara – amara l’anima.
Quando un giorno da un malchiuso portone
tra gli alberi di una corte
ci si scrosiano
le loro canzoni
le trombe d’oro della solarità .
1Luca Fortuna, Chimica e biochimica e metachimica degli oli essenziali, p. 13
2Ibidem p. 14
3“Procurati balsami: storace, onice, galbano come balsami e incenso puro: il tutto in parti uguali. Farai con essi un profumo da bruciare, una composizione aromatica
secondo l’arte del profumiere. Ne ridurrai una parte in minutissima polvere, e ne porrai davanti alla Testimonianza nella tenda di convegno, dove io m’incontrerò con te. Cosa santissima sarà da voi ritenuta» (Es. 30, 34-36)
4«Poiché era nato Gesù a Betlemme di Giudea, ai tempi del re Erode, ecco che dei Magi venuti dall’Oriente arrivarono a Gerusalemme. Entrando nella casa, videro il bambino con Maria, sua madre, e, prostrati, lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra» (Mt. 2, 11)
5Lo zibetto è un piccolo carnivoro africano le cui secrezioni delle ghiandole peri-anali venivano utilizzate per la creazione di numerosi profumi. Ad oggi l’animale è ancora soggetto ad un ulteriore sfruttamento da parte dell’uomo per scopi velleitari; è tipico dell’Indonesia un caffè i cui grani vengono fatti ingerire e defecare dallo zibetto.